FRIÛL IN TAULE

Quest’anno abbiamo trovato un “buon” modo di fare laboratorio di friulano: a tavola! Questa è stata l’occasione di conoscere anche attraverso il gusto i prodotti tipici della nostra terra, nelle varie stagioni. Così abbiamo osservato, toccato, odorato, assaggiato,l’uva, la zucca, i frutti autunnali, il formaggio e il frico con la polenta!
All’inizio qualcuno faceva lo schizzinoso, ma poi, guardando i compagni e ascoltando i loro commenti e apprezzamenti, si è lasciato con­vincere ad assaggiare quello che le maestre proponevano e ha scoperto sapori nuovi e gustosi.
Dopo i primi assaggi ci sono stati sempre più volontari che si offrivano per gli esperimenti e, come premio per il loro coraggio, doppia razione!
Questa attività è nata anche dall’impegno delle maestre per farci scoprire la sana alimentazione, attraverso un percorso di educazione alimentare che parte dalle nostre esperienze in famiglia e prosegue a scuola con la visita alle fattorie didattiche. Noi delle classi terze siamo andati a conoscere le filiera del latte, visitando la latteria di Trigesimo e l’azienda agricola “la di Milanês” di Casacco.


DALLA LATTERIA …ALLA FATTORIA?!
Un mercoledì mattina siamo andati a far visita a una fattoria, a Cassacco. Dopo una quarantina di minuti, però, siamo arrivati in un posto strano: non era la fattoria! Eccoci davanti alla latteria di Tricesimo; ci ha accolti, sorridente, una signora con un insolito berretto bianco e un cartello appeso al collo, su cui spicca il suo nome: Loreta. Ci ha guidati in una saletta-riunioni e, pazientemente, ci ha spiegato alcune regole per la visita al caseificio. Ci ha fatto togliere quasi subito guanti, sciarpe e cuffie, per indossare una specie di soprabito in nylon (così non avremmo “inquinato” l’ambiente della latteria con i nostri germi) e un cappellino da casaro. Ci ha anche raccomandato di fare attenzione al pavimento, perché era bagnato e scivoloso di siero. Ci guardavamo a vicenda, stupiti e divertiti per quel travestimento che ci rendeva tutti (maestre comprese) goffi e ridicoli. E siamo entrati: l’odore di formaggio era molto forte e penetrante; lo stanzone ci è sembrato immenso, ma anche rumoroso e giganteschi i macchinari in funzione. La nostra guida ci ha sistemati intorno a un mascone, dove al latte caldo-tiepido era stato aggiunto il caglio,una sostanza che “come per magia” fa addensare il grasso e lo separa dal siero.




I casari erano già all’ultima fase della lavorazione (ecco il motivo di tanta fretta!): noi dentro la vasca piena di siero cercavamo di vedere il formaggio, invece vedevamo una pasta bianca, tutta a fiocchi. Loreta ci ha spiegato che la cagliata era stata “sbriciolata”, poco prima che noi arrivassimo, con un attrezzo di metallo enorme, una specie di lunga griglia dai fili molto sottili e taglienti, chiamata “lira” (uno strumento musicale degli antichi). Due aiutanti del casaro prendevano una stecca nera, flessibile, ci arrotolavano un telo molto resistente, di lino, e l’immergevano come una rete nel mare della caldaia, ogni volta più a fondo. Quando lo estraevano, si vedevano “focacce” di chicchi piccolissimi; se erano troppi, ne versavano un po’, poi chiudevano il telo e lo ficcavano negli stampi di metallo in attesa su un carrello, a sgocciolare. Procedevano così, ripetendo i gesti sempre allo stesso modo, dicendo che ormai erano abituati a quella temperatura e non sembravano neanche tanto stanchi. Appena la signora della fattoria si è accorta che avevamo osservato abbastanza ci ha accompagnati al bancone dove il casaro aveva preparato la ricotta negli stampi; poco più in là, su un tavolone, lui stesso ci ha mostrato come rifilava le forme fresche del giorno prima e, intanto, ci porgeva i ritagli, “lis strisulis”, perché le assaggiassimo: erano gustosissime e andavano a ruba tra le nostre mani alzate. Era quello il momento in cui marchiava, con degli stampini che ci ha fatto osservare da vicino, il montasio con la data della lavorazione. Successivamente siamo entrati in un posto freddo, dove abbiamo visto tanti sacconi di sale e delle vasche in cui galleggiavano tante forme di formaggio da salare, in salamoia, appunto. Ancora un portone scorrevole e ci siamo trovati in un immenso deposito per la stagionatura: ce n’erano ottomila e a noi veniva l’acquolina in bocca!
Subito dopo siamo tornati nella prima saletta per la prova di degustazione; da assaggiare c’era del montasio di un mese, di sei mesi e di un anno: quasi a tutti è piaciuto quest’ultimo perché più saporito. Finalmente, è venuto il momento di andare nella stalla da cui proveniva il latte lavorato nel caseificio. Dopo averci raccomandato di non alzare la voce, la nostra guida ci ha accompagnati nella stalla in cui lavorano lei e suo marito; abbiamo visto quaranta mucche e qualche vitello. Per mungerle usano naturalmente le mungitrici, ma devono alzarsi molto presto per far arrivare in tempo il latte in latteria. Infine, Loreta e la sua amica Emanuela ci hanno condotti in una rimessa perché vedessimo come si fabbricava un tempo il burro usando la zangola: una faticaccia da non credere! Quando siamo ripartiti la signora ci ha riservato un’ultima sorpresa: un sacchetto colmo di “strisulis” per gustarci il frico, tutti assieme, a scuola!

Lavoro eseguito dagli alunni delle classi terze